Una serie di liste
17 settembre 2018 · 2 min
Un amico mi segue quando mi sposto da una stanza all’altra di casa mia, e mi ricorda il tuo disappunto nella mia gestione degli spazi e delle distanze. Non te ne ho mai parlato in modo esplicito ma col tempo ho finito per diventare te, quantomeno mi sono trovato in situazioni in cui mi è parso di interpretare il tuo stesso ruolo di qualche ricordo passato. In quei momenti l’insieme di concause mi porta a comprendere insindacabilmente il tuo punto di vista, ai tempi magari inconcepibile. La mia memoria è piena di questi sconosciuti, che si sono susseguiti uno dopo l’altro fino a quando è arrivato il mio turno. Devo ricordarmi di farti quel discorso sulle diverse identità in relazione al contesto, ma non nel senso che interpreto ruoli diversi, è proprio diversa l’immagine che mi arriva di me.
Ho una serie di liste interminabili di cose da fare, e anche una lista di liste che si scompongono in ulteriori elenchi, fino a perdere il concetto stesso di priorità; quale azione sostituiva lo scorrere delle bacheche social nel passato, questo gesto vuoto di sfogliare contenuti, di leggere per dimenticare istantaneamente? Ma forse se riesco ad espugnare quest’ultimo baluardo d’ozio avrò finalmente del tempo in più per ridurre la lunghezza dei miei elenchi. Quando recupero l’ordine e la metodicità, trovo il tempo per fare attività fisica, mettere in ordine la stanza e il resto delle relazioni umane, finisce sempre per frapporsi il concetto di imprevisto. Mancava un mese al mio compleanno e mi ero appena ripromesso di rispettare una serie di regole precise per arrivare a quella data con una prova tangibile di maturità. Mi sveglio presto, un po’ di attività fisica e faccio colazione ascoltando la rassegna stampa ma mentre lavo le tazze un bicchiere si rompe fra le dita e mi trapassa la carne scombinando qualsiasi piano. E tutto è rimandato.
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Un amico mi segue quando mi sposto da una stanza all’altra di casa mia, e mi ricorda il tuo disappunto nella mia gestione degli spazi e delle distanze. Non te ne ho mai parlato in modo esplicito ma col tempo ho finito per diventare te, quantomeno mi sono trovato in situazioni in cui mi è parso di interpretare il tuo stesso ruolo di qualche ricordo passato. In quei momenti l’insieme di concause mi porta a comprendere insindacabilmente il tuo punto di vista, ai tempi magari inconcepibile. La mia memoria è piena di questi sconosciuti, che si sono susseguiti uno dopo l’altro fino a quando è arrivato il mio turno. Devo ricordarmi di farti quel discorso sulle diverse identità in relazione al contesto, ma non nel senso che interpreto ruoli diversi, è proprio diversa l’immagine che mi arriva di me.
Ho una serie di liste interminabili di cose da fare, e anche una lista di liste che si scompongono in ulteriori elenchi, fino a perdere il concetto stesso di priorità; quale azione sostituiva lo scorrere delle bacheche social nel passato, questo gesto vuoto di sfogliare contenuti, di leggere per dimenticare istantaneamente? Ma forse se riesco ad espugnare quest’ultimo baluardo d’ozio avrò finalmente del tempo in più per ridurre la lunghezza dei miei elenchi. Quando recupero l’ordine e la metodicità, trovo il tempo per fare attività fisica, mettere in ordine la stanza e il resto delle relazioni umane, finisce sempre per frapporsi il concetto di imprevisto. Mancava un mese al mio compleanno e mi ero appena ripromesso di rispettare una serie di regole precise per arrivare a quella data con una prova tangibile di maturità. Mi sveglio presto, un po’ di attività fisica e faccio colazione ascoltando la rassegna stampa ma mentre lavo le tazze un bicchiere si rompe fra le dita e mi trapassa la carne scombinando qualsiasi piano. E tutto è rimandato.
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Nel vocabolario della nostalgia, il vento d’estate è una parola particolarmente ricorrente. Una sera di qualche anno fa, quando ancora scrivevo spesso, l’avevo preso per il richiamo di lei, che ancora non c’era mai stata. Dalle finestre del mare in cui non avevamo più dormito, anche se sembrava davvero un ricordo che sarebbe potuto succedere, in poi, ancora una spinta, l’energia dell’aria piena di ossigeno, qualcosa di nuovo in attesa, aspettare che arrivi, rimanendo nell’aria a spingerci contro, o cercarlo, o pensare di averlo perso, perché tornando ancora un po’ indietro, il vento d’estate è quello che muove un fuoco in montagna, al buio, da averci bisogno di un maglione, camminare in silenzio, nella mitologia infantile dei campeggi estivi. Dieci anni in cui sono stato troppo spesso seduto. Queste righe avrei potuto scriverle molte altre volte, come quando ero uscito in strada per prolungare la sensazione del vento, per continuare a sentire quella parola, che era anche una promessa, adesso esco in strada e mi lascio semplicemente attraversare, e poi succederà qualcosa, adesso succederanno i rami e il loro turbinare, adesso succederà il tempo e il suo ricordo.
Oggi è la giornata in cui ho sbagliato ascensore, e alcune altre porte, tra cui quella di un cinema, per ritrovarmi alla fine, per ore, di fronte a un film d’avventura che invece doveva essere francese. Mi piacerebbe tornare a tenere un diario, ma vorrei che non fosse da nessuna parte, ad esempio qui.
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